Sustainable fashion

Vestirsi vintage:
un piccolo passo
verso il futuro

Negli ultimi decenni non ci siamo affatto preoccupati di come stavamo usando le risorse naturali della terra e abbiamo consumato il nostro pianeta più di quanto non avessimo fatto nei due millenni precedenti. Un ottimo risultato.

Fortunatamente negli ultimi anni, nonostante diversi "leader" mondiali siano sempre pronti a negare l'evidenza, molte più persone stanno iniziando a credere che, forse, sarebbe il caso di pensare anche al futuro del pianeta e che, forse, quando il ghiaccio del Polo Nord si scioglie, gli orsi polari non sono gli unici a rimetterci.

In un recente film-documentario Sir David Attenborough, forse il più grande divulgatore scientifico di sempre, ci racconta di come nella sua vita (non certo breve, ma il ragazzo non ha comunque 600 anni...) sia stato testimone della sparizione del 30% delle zone "selvagge" della terra. Ciononostante ci regala qualche speranza, dicendo che siamo ancora in tempo per invertire la rotta.

In sintesi: la produzione industriale dovrebbe diventare più intelligente, dovremmo restituire superficie alle foreste vergini e alla natura, e noi tutti dovremmo imparare a consumare meno e meglio.

Provate a indovinare qual è una delle industrie più dannose per la salute del pianeta?

Esatto, è proprio l'industria dell'abbigliamento.

Non sprecare elettricità, non sprecare carta, non sprecare cibo. Vivi come credi, ma non sprecare. Prenditi cura della natura, degli animali e delle piante. Questo è anche il loro pianeta.

Sir David Attenborough

Ci sono associazioni di ricercatori specializzati (come l'UCRF) e centri di ricerca universitari (come il CSF del London College of Fashion) che cercano di mettere nero su bianco le cifre di questo disastro. I dati più affidabili dipingono un quadro piuttosto desolante.

Pronti per qualche numero? Spoiler alert, sono numeri che vi faranno gelare il sangue nelle vene.

100 miliardi di vestiti sono prodotti ogni anno, di cui il 20% resta invenduto e viene quindi distrutto (sotterrato oppure bruciato).

Il 25% circa di tutte le sostanze chimiche prodotte nel mondo viene usato per il settore tessile.

Il 20% dell'inquinamento dell'acqua è dovuto alla produzione di materiali tessili.

Circa 350 milioni barili di petrolio sono usati per produrre fibre sintetiche ogni anno.

Va bene, direte che non indossate mai fibre sintetiche (sicuri?) e che tanto usate solo magliette di cotone. Purtroppo ci sono cattive notizie anche per i fan del cotone: per fare una t-shirt in cotone si producono 4,3 kg di CO2, ossia quanto emette un'automobile a benzina nel percorrere circa 15 km, e si consumano 2.720 litri d'acqua, ossia il fabbisogno d'acqua di una persona per 3 anni.

Siete ancora tranquilli? Ecco un altro dato: la produzione mondiale di cotone immette nell'atmosfera 107,5 milioni di tonnellate di CO2, per dare un'idea è quello che consumerebbe un'auto per andare 1300 volte dalla Terra al sole, andata e ritorno (per chi non lo sapesse sono 402 milioni di Km).

Giustamente direte che non si può camminare per le città come mamma ci ha fatto, in qualche modo bisogna pur coprirsi (almeno allo stato attuale dei costumi...). Ma ammettiamolo: ultimamente stiamo un po' esagerando con gli acquisti compulsivi.

Per esempio, i consumatori americani acquistano vestiti nuovi 5 volte di più rispetto agli anni '80 (quando già si iniziava a consumare più del decennio precedente), nel 2018 la media è stata di 68 capi a testa, mentre nel resto del mondo la media è stata di quasi 12 a testa. Da notare che, sempre negli USA, ogni singolo capo viene mediamente utilizzato solamente 7 volte.

Lo sappiamo, sono numeri tristi, ma vi avevamo avvertiti... Non tutto è perduto, però. Ci sono delle alternative alla fast fashion e agli acquisti compulsivi di prodotti che, dopo aver contribuito all'inquinamento del pianeta, resteranno inutilizzati nei vostri armadi finché non sarete costretti a gettarli nella spazzatura. L'utilizzo di capi di seconda mano è una di queste alternative, forse quella più efficace.

Acquistare un abito vintage significa evitare di consumare le risorse necessarie a produrre un abito nuovo: salvare un paio di jeans dalla distruzione salva un pezzettino del nostro pianeta. Sembra sciocco, ma è davvero così. Oltretutto si tratta spesso di prodotti che, per aver resistito alla prova del tempo, sono di una qualità nettamente superiore rispetto a quella dei loro equivalenti moderni (i tessuti sono più solidi, le lavorazioni più curate).

Forse vi abbiamo convinti a fare un giro nel nostro negozio di Venezia. Per chi non vive in zona o non ha in mente di visitare la nostra città a breve, abbiamo costruito questo progetto di e-commerce sostenibile.  Cerchiamo di curare ogni dettaglio per ridurre al minimo la nostra impronta ecologica.

Usiamo imballi prodotti con materiali riciclati e riciclabili, nonché già predisposti per essere riutilizzati per eventuali restituzioni (che ovviamente sconsigliamo: guardate bene le misure prima di acquistare!).

In mancanza di una maggiore consapevolezza ecologica parte della filiera dei trasporti, abbiamo deciso di collaborare con Eden Reforestation Projects e per ogni spedizione piantiamo un albero.

Eden Reforestation Projects

Sir David Attenbourogh ha più di 93 anni e sta pensando a un futuro che probabilmente non vedrà, voi che siete immensamente più giovani, che scusa avete per non farlo?


N.B. I dati riportati sono tratti dallo studio Sustainable Apparel Materials del 2015 e dal libro Fashionopolis della scrittrice americana Dana Thomas. Ci sono diversi libri sull'argomento, soprattutto in inglese. Se vi interessa, consigliamo di cominciare da qualcosa di Kate Fletcher o Timo Rissanen. Se volete agire, oltre ad acquistare vintage, ci sono diverse associazioni e organizzazioni non governative attive. Segnaliamo in particolare Fashion Revolution.

Da un grande
potere
derivano grandi
responsabilità

Lo zio Ben
(o Greta Thunberg?)